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Por allí la sombra...

 

 

 

A mi padre





Por allí la sombra
de nuestros ancestros
viene a buscarnos. Padre,

di chi sei figlio, tu?

Del maestro, il certosino,
che in cella imparò,
sempre nella penombra
della stanza del silenzio,
l’arte di morir
nella miniatura?
Perché si cela lì
–non è forse vero?–
il centro perfetto
di questa inebriante architettura:

assieme la pietra
trema con la musica.

E secondo la corda ormai antica,
segreta, che solo tu odi,
fai fremere sottile il tuo scalpello.

Noi, invece, siamo il fango
che cerca ancor la forma vigorosa
e comunque esile;
siamo ora il masso indiviso
sotto le tue mani
nervose di dignità.

 

Dimora, sì, in voi, la mia scienza:
roccia, argilla, e adesso vaso,

snello di spirto e di tempranza saturo.

Vi purificherà la luce solo:
levigherà le mani ed il pensiero
con lucidità e arte.

Sarete dunque intrisi
della serenità ermetica, quiete
dell’anima rapita
del restio animale.

Chiusi in voi stessi e soli all’aperto:
sole di spighe e vite il destino.

 

Tu patirai il novero
su cui dimora il mondo.

Tu, la clausura: fioca vibratura,
gli armonici taglienti della terra.


Vi ho incisi nel marmo del mio sangue.

 

Scultore del limo
della nostra salvezza,
vai modellandoci, oblioso,
sulla tua incudine.

Perché giammai riposi?
Qual è il misterioso vino, dono
che nutre l’incessante tua industria?
Non è l’oro. È forse l’evasione
istintiva che l’anima allontana
dal sonno, il peccato che si vela
dietro la nostra vana spossatezza?

O titano! –se visto coi nostri occhi–,
creatore di tutto questo mondo:
commuovi la terra;
elevi i muri;
semini la dolcezza ancora, fragile
anche nell’animo del più opaco,
incomprensibile sasso.


Nei tuoi occhi si schiude la visione:
vedi e nomini tutti i tuoi maestri.
Nella nostra bottega gli artieri
della Trinacria, da ogni suo vertice
–terra dal mare finemente acuita–,
verranno a giudicar la nostra opera.

 

Avrai fisso lo sguardo del maestro:
vigile e temperante ti sollecita
e il limite del tutto ti ricorda.


Tu mi hai insegnato il segreto
del tuo lavorio: il ritmo uguale,
l’unica pausa, quella del respiro:
la scala che conduce alla bellezza.


O artigiano! Che frase punteggiavi
col martello, per l’aria limpidissima
in cui giocavano i tuoi figliuoli?

Perché lento è scomparso il tremolio
dello scalpello, il glissando dolce
di questa tua voce? Perché, padre,
tracima la mancanza della musica
che la gola di vuoto avviluppa?

Come tradurre, padre, la tua voce,
lo pneuma, padre, il suono, in materia?
Come volgere, padre, il passato
nell’eterno presente sempre ambito?

Parti già per il nodo della luce
che incolume ci attende e comune?
Non ti divide ivi orrida la morte?
Arriverò con te alle altre sponde?



Cúbreme con la fuerza de tus manos
cuando, ahíto de este mundo, emprenda,
deslumbrado, la fuga alucinada.


“A questa tanto picciola vigilia

d'i nostri sensi ch'è del rimanente
non vogliate negar l'esperïenza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.”


Inabissati, figlio, nel lavoro
con l’ossessione interna della rosa,
che nella terra crea la bellezza
e libera di morte in sé riposa.

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